Eventi passati
139

Fino al 2 dicembre – “HIKIKOMORI” al Teatro Due

In una delle sue numerose riflessioni, pubblicate col titolo di “Lettere Luterane”, Pier Paolo Pasolini rifletteva sul destino delle nuove generazioni sottolineando il rapporto di dipendenza generazionale tra Padri e Figli, e la predestinazione da parte di questi a pagare le colpe dei primi, tema ricorrente anche negli archetipi tragici Greci, di cui Tieste è divenuto emblema.

I figli a cui si rivolgeva Pasolini appartenevano a quella generazione che con spinta utopistica aveva cercato di mutare il divenire politico della società attraverso la loro azione; etichettati come rivoluzionari del ’68 quei giovani cercarono di rifiutare il proprio passato erigendo muri tra loro e i propri Padri. La società tutta – perfetta esemplificazione di un “Padre collettivo” – diventava manifestazione di un’eredità da esorcizzare, da uccidere per poter sopravvivere.
Ma se venisse a mancare la forza, la volontà, per uccidere il proprio padre? Se venisse a mancare, da parte delle nuove generazioni, quella spinta a liberarsi del peso della colpa dei propri padri? Questi interrogativi gravitano intorno al testo teatrale di Holger Schober – giovane autore austriaco poco conosciuto in Italia ma già affermato nei paesi di lingua germanica – Hikikomori, titolo che rimanda al medesimo fenomeno socio-culturale diffusosi a partire dagli anni ’90 in Giappone. Il termine Hikikomori – letteralmente “stare in disparte”, “ritirarsi” – coniato dallo psicologo giapponese Tamaki Saitō, indica propriamente un comportamento che tuttora colpisce circa un milione di ragazzi nipponici compresi tra i 16 e i 25 anni, e consiste nel rifiutare ogni tipo di rapporto con il mondo esterno, con la società tutta, con quel “Padre” che assume il volto degli amici, della scuola, del lavoro e della stessa famiglia; l’unico trait d’union con quel mondo negato e rifiutato è internet, il proprio computer, alter-ego di un Io incapace di rapportarsi al mondo. Nel chiuso asfittico della propria stanza, spesso quella della propria casa familiare, come in un nido/prigione, i ragazzi si abbandonano alla non-azione perpetua sino, sovente, a lasciarsi morire.

Anche nel testo di Schober, rappresentato per la prima volta nel gennaio del 2006 al Teatro Gumperdorfer Straße di Vienna e ancora inedito in Italia, il giovane protagonista vive all’interno di uno spazio chiuso, bunker protettore dei suoi pensieri, delle sue riflessioni e delle sue paure: quella di amare, quella di morire, quella di non essere all’altezza, quella di agire. Immagini, voci, pensieri si accavallano senza soluzione di continuità intorno e dentro H. (questo è il suo non-nome), in un’inarrestabile flusso di coscienza che lo vede unico protagonista, mentre sopra di lui aleggiano le figure pressanti e costanti di una madre e di una ragazzina dai capelli rossi; sono voci che non hanno la forza di cambiare il suo mondo ma che, nonostante tutto, lo tengono ancora in vita. È così che il giovane protagonista diventa metafora di un’intera generazione, quella delle “passioni tristi”, accusata costantemente di aver perso o di non aver mai avuto degli ideali, incapace di agire nel mondo e identificata, spesso, come una massa informe, dallo sguardo vuoto e inespressivo. È lo sguardo dei giovani di oggi, che non riusciamo a comprendere ma che cela uno specchio in cui siamo obbligati a rifletterci.

L’Hikikomori nonostante getti le sue radici nell’humus socio-culturale del Giappone, è un fenomeno che negli ultimi dieci anni si sta diffondendo in tutta Europa, e il testo di Schober ci pone dinnanzi ad una semplice parola: responsabilità. Quali colpe abbiamo noi, “padri sociali” delle nuove generazioni, nei confronti di chi non sa più agire, di chi ha perso la fede verso l’Altro da sé e verso sé stesso? Il rinnegare il mondo esterno chiudendosi nel buio di una stanza è diventato un atto estremo di resistenza attraverso l’unica arma rimasta a disposizione, il proprio corpo. È così che H., nella sua debolezza e fragilità, rappresenta un esempio significativo per i nostri tempi liquidi, che dissolvono il pensiero uniformandolo al tutto indistinto.

6 novembre 2014, ore 17.00 – Teatro Due
incontro con Vincenza Pellegrino dedicato al tema dei Neet (Not in Education, Employment or Training) italiani.

di Holger Schobercon
H. Gian Marco Pellecchia
Madre Laura Cleri spazio scenico Mario Fontanini

regia Vincenzo Picone

produzione Fondazione Teatro Due

Spazio Minimo

dal 18 al 20, 22 e dal 25 al 27 novembre 2014, ore 21.00
30 novembre 2014, ore 16.00
2 dicembre 2014, ore 21.00

www.teatrodue.org

hikikomori

Share:
  • googleplus
  • linkedin
  • tumblr
  • rss
  • pinterest
  • mail

Scritto da oggiaparma