Incontri Teatro

20 e 21/12 – “LOCO” al Teatro Due

Compagnie Belova-Iacobelli

LOCO
liberamente tratto da Le memorie di un pazzo di Nicoláj Gógol

SPAZIO BIGNARDI
20 e 21 dicembre, ore 20:30
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con
Marta Pereira e Tita Iacobelli
(alternata a Anne Romain)

coreografia e sguardo esterno Nicole Mossoux
assistenza alla drammaturgia e allo sguardo esterno Raven Rüell

illuminazione Christian Halkin
creazione sonora Simón González
costumi Jackye Fauconnier
scenografia e collaborazione alla messa in scena Camille Burckel
marionette Loïc Nebreda

regia e drammaturgia Tita Iacobelli
messa in scena, drammaturgia, disegni della scena e burattini Natacha Belova

produzione Compagnie Belova-Iacobelli

“Tutto questo deriva, credo, dalla credenza che il cervello umano sia situato nel cranio. Non è così: è trasportato da un vento che soffia dal Mar Caspio.”

  1. Nicoláj Gógol aveva solo 25 anni quando scrisse Le memorie di un pazzo. Nel suo racconto, Popriščin è un piccolo funzionario la cui vita si estende tra routine e modesti piaceri solitari. Fino al giorno in cui il suo cuore batte forte per Sophie, la figlia del suo direttore. Un amore specchio, che lo rimanda alla sua miserabile condizione. Nasce l’irrefrenabile bisogno di inventare un “altro”, di diventare un uomo degno di quella bellezza sfuggente. La frustrazione presto cede il passo alla follia e nella sua delirante ricerca di identità, si ritrova presto ad essere Re di Spagna con il titolo di Ferdinando VIII. Fin quando la realtà raggiunge la finzione e Popriščin verrà portato al manicomio da coloro che crede essere i suoi sudditi.
    Figlio di un funzionario pubblico, egli stesso funzionario di un ministero minore, Gógol sembra impossessarsi di Popriščin come un burattino sul quale sperimentare ruoli e destini diversi. Per farsi paura? Per sdrammatizzare? (l’umorismo, formidabile arma cara all’autore). Per mettere in scena la propria vita?
    Un racconto assurdo, Le memorie di un pazzo ricorda questa ricerca dell’apparenza che non è mai invecchiata. Questo bisogno sfrenato di esistere, di avere un ruolo nella società anche a costo di fantasticare sulla nostra vita.
    A tradurre in scena questa grande opera, due attrici e un burattino, una sorta di avatar, un corpo multiplo che apre a tutte le possibilità. Natacha Belova riscopre la complicità di Teresita Iacobelli con la quale aveva disegnato Tchaïka (miglior interprete solista ai Maeterlinck Awards 2019).

Loco / Natacha Belova Tita Iacobelli
ph. Pierre Yves Jortay

Un souvenir di una messa in scena di Le memorie di un pazzo, vista in Unione Sovietica nel 1990.
Mio padre lo mise in scena nel suo teatrino in Russia dove lui stesso ha interpretava il ruolo di Popriščin, il pazzo. Questo spettacolo non fu un grande successo, ma ricordo soprattutto il silenzio che rimaneva dopo l’ultimo monologo di Popriščin, quando lui vuole riposare sul petto della madre, lontano dalle provocazioni degli uomini, dalla sua scrivania, dalle percosse che gli sono state inflitte in manicomio, lontano dalle sue delusioni. Mio padre, un ometto seduto per terra in mezzo a un arredo di cartone, i grandi occhi azzurri fissi sul proiettore del suo teatrino che emetteva una luce troppo debole: il pubblico sembrava crescere in questo grande silenzio. Di mio padre ho tanti altri ricordi più onorevoli: regista, attore, pedagogo eloquente, un grande uomo. Ma perché la memoria mi rimanda spesso a questa sua miserabile immagine? Non ricordo i titoli dei suoi spettacoli. Lo ricordo sul palco, come un pazzo.

Lui, figlio perduto, abbandonato prima della nascita dal padre, separato a tre anni dalla madre a causa della guerra, inizia a fare teatro a nove anni per poi dargli tutta la vita, fino alla morte. Alcolista dall’età di vent’anni, con una brillante carriera frantumata, geniale e ridicolo, delirante nel suo teatro, con i suoi occhiali enormi, quasi cieco, testimone di un’altra realtà, di un altro mondo. Era troppo eccentrico per la nostra piccola città. Un uomo troppo piccolo per essere un attore, un uomo troppo libero per il comunismo e troppo romantico per il capitalismo. Così grande e così piccolo.

Questi ricordi forniscono il grano per macinare ciò che la storia di Gógol ci racconta sulla natura multipla che ognuno di noi porta, sul desiderio vitale di “apparire”, forme di eccesso sotterranee e attive, lo iato tra “vita giocata” e “vita vissuta” e, soprattutto, dell’enormità di un immaginario che si dispiega in una silenziosa solitudine. Così grande e così piccolo.
Le memorie di un pazzo di Nicoláj Gógol è un racconto assurdo che affronta il confine incerto tra follia e ragione. L’eroe, Popriščin (P.), è un funzionario in fondo alla scala sociale che vive la sua quotidianità tra la routine del suo insignificante lavoro e i suoi piccoli piaceri di uomo solitario. L’amore impossibile per Sophie, figlia del suo direttore, lo porta a creare una realtà tutta sua, al punto da scambiarsi per Ferdinando VIII, Re di Spagna.
La nostra intenzione è di mescolare la finzione del racconto con la realtà del suo autore che visse una vita solitaria in esilio volontario lontano dalla Russia. Sempre preoccupato per il ruolo che può svolgere nella società russa, Gógol ha intrapreso diversi tentativi di carriera professionale, tutti destinati al fallimento a causa del suo odio per il sistema burocratico russo. Preso tra abilità straordinarie e la paura che i suoi scritti siano di origine demoniaca, malvagia, pericolosa per lui e per la società, dovrà cercare per tutta la vita di risolvere questo conflitto interno. Brucia regolarmente i suoi scritti, considerandoli irrazionali e inutili. Alla fine della sua vita, rifiutato dalla critica, dai suoi lettori e dai suoi amici, il suo destino si unì stranamente a quello del suo eroe Popriščin. Attraverso la storia di questo piccolo dipendente e la vita di Gógol, metteremo in discussione la nostra solitudine, desideri, frustrazioni e problemi di fronte a ciò che è stabilito e ragionevole. Le avventure surreali e poetiche di P. ci danno un accesso diretto e intimo all’assurdità con cui ci confrontiamo regolarmente nella nostra vita. Non è un elogio della follia come patologia, ma un bisogno di “mescolare le carte”, di uscire dal solito discorso, di cercare un nuovo asse di sguardo sulla realtà. Abbandona la solita logica, per sognare qualcos’altro.

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